I' m A cReeP, i'M a WeirDo 11....

Immagine Allegata

I wAnT To.. i wAnT To bE soMeOnE ElSe Or i eXpLodE..You WanT Me? fUcKinG CoMe aND bReAk tHE dOoR DowN.. I'll Be WaItINg wITH a GuN.. I'm ReAdY.

Chi sono e cosa ascolto..
Momentaneamente un anestetico dissociativo con una personalità borderline.
joy division lyrics
a - z LYRICS
Malinconicamente scivola nell'aria La canzone dei vecchi amanti..

luna vecchia..

oggi
giugno 2008
marzo 2008
gennaio 2008
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
giugno 2007
marzo 2007
dicembre 2006
novembre 2006
settembre 2006
luglio 2006
maggio 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004

seguimi..

utente Splinder
utente e basta

friends..

Immagine Allegata

***Il mio blog della Comunicazione***
*°:.ThisWonderland.:°*
*PiQQola SteLLa*
.:°*PeP*°:.
.:DylanFour :.
a roSS de NaPuLe
AnimaDecaduta
Astralia
°-Wosiris-°
BaBBoZZo
bestIO
BlackHiToMi
BleedingJuLs
Bolormaa..
DeaPaGaNa
Distorted Lullaby
HoTb
Inias
Innisfail
Le verità di AciDoRiVeLaTOrE..
Leftyboy
Litrigol.. music and so..
MaKKO :) [Tu respiri la tua vita]
MementoMoy
Micela
Mir4ggio
Morrison
NaLaVaLeNa.. Tutto quello di NaPLes che avreste voluto sapere e non avete mai osato chiedere!!!
Oltrenauta
OneImaginaryBoy
OrsaRoSSa
PeiX
PensieriSinistri
Perfidia
PiCColaJuls
rrosellavy
SalvoTom
Shilke
SoloNeLLaMiaMente
SthenDeeDax
tabatha
Vulkania
Writ in water

ringrazio..
Super Splinder
Lyla web log
Template x tutti

Cosa mi piace..
Scrivere.Leggere.Suonare il basso e il pianoforte.L'arte. Accarezzare Penthotal.Studiare.Guardarmi intorno.Cazzeggiare. Mettermi le mani in tasca.Soffrire di allucinazioni.Disturbi visivi et uditivi.Disegnare.Le giornate di pioggia. L'autunno. L'edera e i rampicanti.I gatti neri.La fotografia in bianco e nero. Guidare.Osservare le persone.Stare ad ascoltare la pioggia sul tetto. I punti.La malinconia.I Dandy.I bohemien.Le citazioni illustri. I puntini ...
Cosa non sopporto..
L'eccessiva socialità.la liquirizia. La musica commerciale.Le giornate di sole. L'estate.Fighi&fighette. Tronisti.Veline.Calciatori. Inserisci qui la tua tagboard, consiglio myshoutbox.com. Attento a non superare i 170 pixel.

visite..
*loading* personaggi in cerca della luna sono passati di qui

martedì, dicembre 26, 2006

 

Non sono più la stessa. Me lo dicevi tanto tempo fa. Un pomeriggio torrido, secco, lo ricordo con estrema precisione. Sui muri gialli mosche come pensieri nitidi, distinti. Un torpore antico. L’aria calda. Movimenti scostanti e sigarette fumate a ripetizione. Io giocavo con le punte dei piedi chiusi dentro converse di gomma colorata. La lingua slappava in continuazione su un vecchio pezzo punk-rock, credo fosse qualcosa dei Clash. Al mio fianco penzola una borsa. Una caramella mou, un mazzo di chiavi, pochi spicci e un pugno di cartacce, vecchi scontrini, disordine compulsivo di cose infilate in tasca all’ultimo minuto. Le mie sicurezze erano tutte là. Fra una borsa di panno e l’afa. Volavano esattamente a mezz’aria come fastidiose zanzare su acque putride. Guardavo ogni tanto le tue mani lunghe e affusolate. Le tue mani hanno sempre saputo curare, difendere, proteggere. Ma non me. Ora ne sono certa con la lucidità dei giorni passati a farmi domande ai quali ho scoperto non esiste una risposta. E se c’è, questa risposta, preferisco ignorarla, per conservare almeno qualcosa sotto i denti, qualcosa d’amaro da ingoiare quando il male si tramuta in dolcezza. Il piacere del dolore ormai lo conosco sulla mia pelle e lo sai. Dicono ci voglia coraggio. In fondo lo sappiamo benissimo ci vuole solo la giusta dose di stupidità e incoscienza. Così funziona il mondo. Nessuna grande azione. Nessun grande sentimento. Solo incoscienza. Solo il momento esatto in cui pensando ad un'altra cosa sei in grado di annullare completamente ogni sensazione. Fisicamente è una sciocchezza. Un taglio a un braccio si guarisce più in fretta con la giusta dose di adrenalina che con qualsiasi  antidolorifico. Per la mente però, per questo cavolfiore molle che abbiamo nella scatola cranica, non esiste nulla di così immediato. E non resta che aspettare fissando il soffitto in attesa che crolli su di noi eliminando così per sempre questo fastidioso ronzio costante di neuroni in attività. Alzare i palmi delle mani e arrendersi. Lasciarsi cadere nel vuoto per centinaia di chilometri senza preoccuparsi di quando arriverà l’impatto.

Incongruenza. Delle azioni e del loro seguito. E’ il termine con il quale centinaia di milioni di persone identificherebbero la loro vita su un test con crocette a risposta multipla. Fai del bene, ricevi male. Fai del male per cercare di stare bene e poi stai peggio. Fai di peggio per stare peggio e poi stai semplicemente male. Strani circoli viziosi della logica. Giochi di parole esibiti con eccessiva affettazione. Anche per me. Come quella volta in cui avevamo fatto a gara a chi conosceva più insulti. Farci del male in una competizione in cui le nostre lingue lottavano contro le possibilità della mente. Creare sproloqui, farfugliare. Frasi senza senso. Vinsi io, abituata com’ero. Offendersi è sempre stato un buon campo di allenamento. Poco onore. Nessun nemico se non quello che c’è riflesso ogni mattina nello specchio sul lavabo. Ho fermato il tempo esattamente in quell’ istante. In quell’ istante di tanti anni fa. Le tue labbra stanno pronunciando  quelle parole. Lo senti? E’ il crepitio della fine. E’ lo scricchiolio sull’asse portante di quello che era fra di noi, del nostro modo di definire parole e azioni in un cerchio di simboli di cui noi soli conoscevamo i significati nascosti. Doveva esserci da qualche parte una crepa,  e forse non siamo stati abbastanza bravi da rendercene conto. Doveva esserci, da qualche parte, fuori o dentro il muro un punto preciso in cui qualcosa d’appuntito e sottile aveva minato le fondamenta impietosamente creando del marcio. Doveva averlo corroso, sfibrato, reso sterile come un’ingorda malattia, un cancro dentro i sentimenti difficile da estirpare. Mi chiedo cosa sia passato in quell’attimo. Fra la lingua, la mente e la voce.  Ho frammentato in centinaia di fotogrammi quello che stai per dirmi. Lo conosco a memoria eppure ogni volta ha un tono diverso, come inaspettata è la reazione che mi provoca. E’ come se avesse impresso in me un calco che di volta in volta riempio con del gesso per crearmi una figura, un immagine, qualcosa da incastonare nello scorrere del tempo, qualcosa da esporre al museo dei ricordi, fra pezzi di me che perdo e non conservo, fra piccole dimenticanze e circostanze banali, incontri e coincidenze alle fermate dei tram.

Davanti a me ho processioni lugubri di centinaia di giorni tutti uguali  con gli occhi tempestati di luce e mal di testa. Si aprono come un varco fra la nebbia in un luogo silenzioso e inerme. Questo limbo nel quale è possibile congelare attimi e parole, e riviverle per quanto tempo si vuole. Posso portare qui con me ogni cosa che non ho capito e ho amato o ogni cosa che non ho amato ne capito. Creare per lei il percorso migliore e dimenticarla se necessario. Si possono rapire al tempo secondi preziosissimi. Il fatto è che più ce li rigiriamo fra le mani e meno li comprendiamo. Più cerchi di addentrarti nella testa di qualcuno che ami e meno lo riconosci. In profondità ogni cosa perde senso e si è come quei palombari che subiscono le conseguenze della mancanza di ossigeno. Ci si annebbia la vista. Ma il cuore non ha occhi. Il cuore non vede. Sente. Arriva così il momento nel quale questo muscolo di carne smette di sentire. Affonda lentamente in un incommensurabile apatia che senza troppi sforzi mette tutto a tacere.

E’ così che adesso rivedo quegli attimi. Senza sonoro. Ma non importa. So già quello che dirai. Posso permettermi il lusso per una volta di concentrarmi sui dettagli dimenticandomi dell’oggetto principale della scena.

C’è sempre stato un disordine confuso fra di noi, e non solo fisico. Ma come sempre- dicevamo- sapremo perderci e ritrovarci. Stavolta non è così. Stavolta c’è una volontà di perdersi e c’è un tacito accordo reciprocamente stipulato. Confusioni emozionali. Stati d’ansia e psicanalisi da quattro soldi tutto annidiata qui. Senza nessuna lama che tagli il nodo.

Io non sto bene. Non sto bene con niente e nessuno e  non lo sono stata mai. Nuoto in un fiume, ingoio acqua in silenzio con due pietre in tasca. Mi chiedo se saprò mai annegare e non ne vedo il momento.  Prima o poi tutto questo silenzio dovrà finire. Chiudo gli occhi e i miei capelli diventano una nera medusa, un prolungamento dei miei pensieri. Non li penso più come appuntiti, ma come fluttuanti dentro un liquido strano con il quale non si fondono. Come quando da bambino rubavi i colori a spirito alla tua compagna di classe, generalmente bionda e con le trecce perfette, e con perizia chimica buttavi in un bicchiere colmo d’acqua la piccola spugna compressa e piena di inchiostro racchiusa in un corpo di plastica. Se c’era una magia, ti dicevi, sicuramente doveva stare là. Allo stesso modo ci comportiamo con le persone: vorremmo spremere quello che c’è dentro per vedere se alla fine ne esce qualcosa di buono, o se quel colore a spirito, quel pennarello che ci affascina tanto per l’odore, la forma, per la paura sacra e profana insieme del “ non sporcarti le dita!” intimato con le minacce, è solo un oggetto, con dei pregi estetici e nulla più.

Tranquillizzante come la prima sigaretta del mattino la conoscenza minuziosa dei tuoi gesti. Non c’è leziosità in tutto questo, ma una tecnica raffinata, una sorta di taumaturgia per poveri che hanno ancora conservato da qualche parte, fra i cenci e le croste, una certa dignità. Non so chi dei due sia più  masochista nel mandare avanti e indietro a ripetizione questo nastro mentale. Tu, nella tua asettica concentrazione chirurgica. O io, impegnata a rivedere da fuori, come dall’esterno di un vetro, questo teatro di burattini che s’affaticano a mantenere ancora in piedi una vecchia storia. Non c’è arte ne parte. Non c’è pathos ne impegno. Sono solo immagini che scorrono alla velocità che preferisco. La brigata dei ricordi è al tempo stesso inusuale e malsana come una frotta di cani pieni di pulci.  Eppure a volte sono gli unici che ti tengono compagnia, che sanno volerti bene e farti sorridere.

In un random confuso la mia mente porta avanti l’immagine. Si ferma su un giorno imprecisato. Ma posso benissimo dimenticare la data, non ha più  importanza ormai. C’è molta gente intorno questa volta, una massa di volti noti e meno che spariscono al primo battito di ciglia. Mi meraviglio di come nessuno mi ha detto di stare invecchiando. Anche in questo istante, forse anche in questo stupidissimo gioco con il quale una parte di me, probabilmente quella più umana e paurosa, sta cercando di fermare l’avanzata della morte di centinaia di cellule che io non vedo, c’è un piccolo delirio di onnipotenza. C’è freddo e timore della solitudine.

Perché siamo fondamentalmente creature paurose. Perché disperatamente preferiamo un morso che ci dica che siamo ancora vivi al silenzio dei pomeriggi di settembre, alla calma piatta e disperata.  C’è un che di grottesco in questo affaticarsi, in questo cibarsi affamati, in questa bulimia affettiva. Si, perché in realtà siamo destinati a rigurgitare ogni sentimento che ci è stato dato. Ogni frammento di dolore noi, lo restituiremo dieci volte tanto. E’ un idea banale, come lanciarsi dietro degli oggetti durante un litigio furibondo. Il corpo deve disintossicarsi. Il naso deve dimenticare gli odori che conosce e riprendere a respirare l’aria pungente della solitudine.

Sentimentalmente autosufficienti a noi stessi, si direbbe. Sciocchezze. Abbiamo bisogno di un corpo da cui farci scaldare nelle sere d’inverno. E abbiamo bisogno di mani da stringere che contengano al momento giusto tutte le nostre estreme piccolezze. E’ così che siamo. E’ così che sei. Anche se fingi di non rendertene conto, anche se ti ritieni l’uomo con l’opportunità migliore e la scelta peggiore. In questo non posso dare torto a nessuno. Quando la vita si inerpica su ciniche casualità allora forse sarebbe meglio mettere da parte un certo istinto di sopravvivenza calcolatore e lasciarsi andare a una stramba roulette fatta di inesplicabili colpi di scena, capriole calci e sgambetti. Così dannatamente corporeo questo modo di sentire gli eventi. Questo scorrere del tempo su di noi. Prima o poi ce ne renderemo conto che, annegando i nostri pensieri e lasciandoci trascinare via in due direzioni opposte non siamo giunti alla castrante conclusione che tutti si aspettavano, noi compresi. No. Siamo solo riusciti a cristallizzarci in forme, in mostri muti e cupi come giganteschi gorgoyles, custodi di un tempio alto più di noi. Fatti di una pietra fredda intaccabile che per legge di contrappasso però teme la furia degli anni silenziosi. Anni pieni di dimenticanza. Anni creati dal noncurarsi e da un riciclo continuo. Buttandoci dietro le spalle quanto ritenevamo più prezioso mentre rami scheletrici ci trattenevano. Correre e restare impigliati a qualcosa. Come di chi ha perso il senno e la voglia di cercarlo. E’ più facile così. Riuscire a dimenticare chi siamo e cosa ci siamo fatti. A mezzavoce forse un giorno potrò raccontare a un amante senza nome, tutto quello che è successo, tenendo la sua testa fra le mie mani, dopo una stancante lotta delle nostre lingue. Agli sconosciuti in fondo si dice sempre la verità e forse perché noi ci conosciamo così bene possiamo saperci mentire. Tutto questo ormai non mi lascia più perplessa. Col passare dei giorni ho iniziato a sospettare che potevo immaginarlo. La perfezioni del nostro sentire, la rabbia che arrivava all’odio, una fame di vivere creata dall’orgasmo spasmodico delle sensazioni. Contrazioni e dilatazioni. Dilatazioni e contrazioni tutte là in un punto imprecisato eppure definito nel quale eravamo sempre noi e il nostro sapremo ritrovarci. Ma gli avvenimenti collassano con la stessa facilità dei castelli di carte. Non è necessario spingerli, basta starli a guardare. Ci ho riflettuto su, mentre riordinavo confusamente malinconie e ricordi in un piovoso pomeriggio d’inverno. Probabilmente per tutti quegli occhi che avremmo dovuto nutrire e che famelicamente ci stavano a spiare tutto sarebbe crollato comunque. Forse solo più tardi o più in là. O forse solo in maniera meno imperfetta. Ma avrebbe mantenuto tutta la follia e il dolore, tutta la perfezione chirurgica necessaria per amputare nel modo più sanguinolento quello per cui ci eravamo uniti. 

Il destino è un creditore spietato. Non accetta pagamenti postdatati. E in me l’incomprensione ha lasciato spazio a momenti in cui sono pronto a rigettare tutto, senza chiedermi  ne chiedere nulla indietro. Starci a ragionare su non serve. Anche il mio corpo se ne è accorto. Meglio espellere carne, cibo, lingua, parole e pensieri tutte in un botto solo e svegliarsi l’indomani mattina, freschi e puliti. Asciutti e rapidi, pronti a ticchettare su questa tastiera altre undicimila battute. Altre undicimila parole o più per fare in modo che quanto tu legga questo possa avere un immagine sola in testa, istintiva incisiva e netta come una lama sulla pelle.

Meglio non fare domande. Meglio non aspettarsi troppo…in generale.

Non c’è nessun premio in fondo a questa corsa. Non c’è assolutamente più niente. Lo dico con la franchezza di chi conosce l’importanza del tempo perduto e con la testardaggine di chi cerca. Del resto lo sai benissimo anche tu: quest’aridità ce la siamo portata dietro dopo una lunga stagione di piogge.

Il punto è che alla fine non ci si  nutre di niente. Non ci sono emozioni forti e si  preferisce dimenticare voracemente, allo stesso modo di chi ingoia fiato e parole e saliva per riempire il vuoto esistenziale di parole non dette. A volte mi sveglio con un occhio rosso di pianto. Come se una parte di me fosse pronta a lacrimare e l’altra completamente asciutta e quasi desertica, un po’ nauseata da questo infantile comportamento, attacca con un bisturi le viscere.  Resto così a guardare un punto indefinito dell’orizzonte con le mani bianche che gesticolano. Traccio nell’aria disegni e  percorsi cercando di far corrispondere a ciascuno un segno. Come se per qualche strano motivo dovessi disegnar mappe che portano a scoprire le convenzioni inusuali che possono esistere. Come se, fra noi, fra me, fra te, ci fosse ancora un filo, seppur invisibile che ci lega. I polsi me ne parlano. E potrei anche esserne abbastanza certa perché sento il sangue a fiotti scorrere lentamente fuori dai tagli.  Meravigliosamente resto a fissare così le profondità invisibili, prendendo  un lungo respiro.  Ogni tanto prendo a calci sui reni i giorni, e il creare dolore è uno dei due modi che ho per sentirmi ancora vivo. Il secondo è riceverlo. Di scatto, istintivamente, come una penetrazione inaspettata E restare poi lì immobili per qualche istante come vittime colpite dalle zanne del predatore. Guardare lenti i secondi scorrere e non saper decidere se cercare l’ultima via di fuga o abbandonarsi a quell’eutanasia senza fine mentre la lingua torna a ripassare per l’ultima volta la smorfia contratta delle labbra. E’ un gesto semplice e immediato come cercare di far previsioni del giorno che verrà quando la notte chiudiamo gli occhi prima di dormire. Tu lo sai. Che questo male non è odio, e se lo è non è ancora definitivo, non è ancora raffinato ne sublimato. E’ un piccolo grumo nero concentrato da qualche parte in questo me che ho perso.

Spargo su foglie parole confuse, ma quello che ho di importante me lo scrivo sottopelle.per non dimenticare. Non dimenticare che sui miei nei ho ancora il sapore dei tuoi baci. La goduria zuccherina della punta delle tue dita. Ed eleganti passeggiate sul tuo sternocleidomastoideo.

E per lasciar perdere ogni cosa che ti riguardi ho bende nere per gli occhi e una dose sufficiente di ansiolitici per sopprimere preoccupazioni inespresse.

Dicono che il dolore è sordo e muto. Sordo poiché sente solo se stesso. E muto perché non si sa come parlarne. Ma è anche cieco perché non vede via d’uscita. E questo lo si impara solo con il tempo.  Al lungo andare si mette alla gogna ogni particella di se. In un inquisizione dove si è contemporaneamente accusato e accusatore, vittima e carnefice. Non ci si risparmia da alcuna accusa mossa, si incassano i colpi in silenzio, contando le ferite una a una.

E il tempo passa sempre uguale. In meno di un secondo ho dimenticato il dolore dei secoli e tutta la rabbia  mossa dall’ingiusta pressione che ogni gesto scomposto in fotogrammi mi ha creato. C’è ancora la tua mano a mezz’aria quando non ti stai giustificando affatto. Quando le tue spalle si sollevano a scaricare un peso invisibile che è quello del tempo passato insieme, forse sprecato o lasciato andare via, quello che abbiamo scorso un ora dopo l’altro sgranellandolo come chicchi di melograno succosi, senza renderci conto che ci si macchiava la punta delle dita.

Ora ad ogni istante corrisponde un cassetto chiuso a chiave. Al ticchettio seguono chiusure, fermature. Bauli gettati in fosse di mari profondi miglia e miglia al largo di me. Negli oscuri abissi della nostra coscienza qualcosa nuota sperando di risalire. Riempie disperatamente i polmoni d’aria senza sapere che non morirà per lo sforzo, ma per un embolia sciocca e capricciosa, per un disturbo imperfetto di una piccola arteria.

Così nel silenzio di quel buio profondo,  lontano dalla luce e dal calore, sotto una parete trasparente di quiete che gli amanti ammirano, che i poeti cantano, che i marinai temono, questo qualcosa tenderà la mano e morirà. Sarà stato come spegnere un interruttore. Come staccare una spina. Come recidere una rosa. Sarà stato un fendente perfetto all’altezza dell’undicesima costola. Una pallottola in piena fronte. La certezza fredda e  netta d’una lama sui polsi.

 

Bugia alla luna alle 21:27 ad opera di Kousin
commenti (11) | linka il post

 

mercoledì, dicembre 20, 2006

Saper che non si scrive per l’altro,
sapere che le cose che sto per scrivere
non mi faranno mai amare da chi io amo,
sapere che la scrittura non compensa niente,
non sublima niente,
che è precisamente là dove tu non sei:
è l’inizio della scrittura.

Bugia alla luna alle 21:46 ad opera di Kousin
commenti (1) | linka il post