Ossa di Gatto
Mi chiamo Jarod. Quanti anni ho non credo di ricordarmelo. Ma dai segni che porta addosso il mio corpo direi che il tempo è stato gentiluomo con me. Avrò intorno ai 25 anni. E pendolo. Sono un pendolo di carne umana appeso a quest'albero rinsecchito che tende le braccia verso l'alto a chiedere pietà al cielo di piombo.
Vivo a Quantico. Quantico è una cittadina sprofondata nel niente. Ogni tanto qualcuno si ferma, passa di qui, entra nel bar e chiede qualcosa. Poi va via. E questa città non gli lascia addosso nient'altro che l'odore puzzolente del pisciatoio.
Questo posto è il vivaio degli ignavi. E' una cittadina infreddolita e mocciosa che non mette mai in contrattempo i suoi ritmi. Chi vive qui sembra non attendere niente. Neanche la morte. Sembra vivere così, inutilmente, che se il suo cadavere venisse ritrovato domani mattina sul marciapiede non interesserebbe nemmeno agli sciacalli o ai branchi di cani randagi.
Ci sono poche macchine. I vicini non si conoscono fra di loro. Nessuno offre niente agli altri se non l'assenza della sua presenza. Le tendine sono sempre tirate. Le porte chiuse. I giardinetti perfettamente curati. Quantico non ha colore. Quantico non ha rumore. Quantico non ha sapore.
Non ha niente. Le persone sono tutte uguali. Stereotipate nelle facce dei buoni cittadini americani: la grassona alla cassa, il ragazzo devastato dall'acne che consegna le pizze, la segretaria smilza e indispettita.
Vivo in questa città che sta esattamente dove non dovrebbe essere.
Le stanze di questa casa mi conoscono. Quando varco con passo silenzioso l'atrio d'ingresso, mi accoglie l'ampio e voluttuoso abbraccio di due rampe di scale.
Vivo solo. O mi limito ad osservare le figure che attraversano questi corridoi.
Non mi piacciono molto le luci accese, così evito la luce.
Pendolo da quest'albero. Ma non sento l'impellente pulsare del sangue alle tempie. Davvero. Forse perché non ho più sangue. Forse perché l'hanno già succhiato tutto via. O forse s'è congelato. Forse, più semplicemente, non ne ho mai avuto.
I miei piedi sono appesi a una corda bianca stretta alle caviglie. Se volessi potrei liberarmi. E invece preferisco guardare da questa straniante posizione ciò che mi circonda.
I capelli neri cadono giù dritti come certi corti fili di seta di tappeti barocchi.
Fisicamente sono normale. Normale come tutti gli altri. Longilineo. Di un candore quasi diafano. Malato direbbero i medici. Lunare i poeti.
Questo perché tutti abbiamo una percezione diversa l'uno dall'altro del mondo che ci circonda.
Me compreso, che da quando sono qui, scorro nel tempo e nel silenzio.
I miei colori preferiti sono il nero, il verde, il bianco e il viola. Ma questo non credo abbia molto senso dirlo, dato che in questo luogo le differenze di colori non esistono. Credo di essere l'unico a parlare di qui. A parlare di Quantico, dell'albero e di me stesso. Credo che nessun altro abbia la percezione di cosa sta accadendo adesso. A parte Mephys, il mio gatto. Ho scoperto che stava su quest'albero da molto prima di me, conoscendo tutto. Nel suo silenzio custodiva molta più saggezza di quanta io stesso potessi comprendere.
Sono solo. Solo contro il mondo. Ogni tanto mi giunge qualche folata di vento, e mi chiedo chissà da dove venga. Se ci sia qualcosa oltre questo enorme qui in cui sono bloccato.
La métro è un' inferno a metà fra fogna e superficie. Qui a Quantico poi è ancora più infernale, abitata com'è da stracci umani. S'accasciano negli angoli, ognuno posseduto dal demone suo in attesa di un tozzo di pane o di un'elemosina. A volte li senti parlare. S'incamminano a passi lenti come stessero conversando con un amico per poi lanciarsi sui binari all'arrivo della luce bianca della metropolitana.
Il corpo dilaniato resta lì, nell'indifferenza totale marcisce.
Verso il latte nella ciotola per Mephys e non mi pare mai bianco. I muri di questa casa gocciolano sangue, umidità e muffa. I sentimenti sembra che ne abbiano preso il possesso. A Quantico gli oggetti hanno preso il posto delle persone. Le case ti fissano con grandi finestre. I semafori impongono la legge. Le luci la fanno rispettare. Le lavatrici assolvono le anime dai peccati. I microonde riscaldano i corpi. I frigoriferi li conservano in modo che possano mostrarsi sempre belli e freschi anche dopo molto tempo.
Ora ditemi. Non è quello che gli uomini fanno tutti i giorni?
Hanno affidato così tanto al meccanico che persino il tempo ha deciso di piegarsi al battito regolare di un orologio al litio.
I mezzi pubblici soddisfano il vostro bisogno di ricerca e movimento.
E se lo specchio non v'accontenta ecco la fotografia digitale. Modificate, cambiatevi, miglioratevi, immaginate e immaginatevi come non è.
Nascondetevi, perché d'orrore non ce n'è mai abbastanza.
Il tempo di Quantico è degno dei suoi abitanti: un ignavo. Un eterno non senso intrappolato in quello che diresti un giorno piovoso.
Mi chiedo da quando ci vivo, come sono arrivato qui. E l'unica cosa che riesco a ricordare è il dolore.
Ma ora non mi tocca. Adesso è solo un ricordo lontano. O forse sono io che sono diventato insensibile. Nulla mi tocca. Non sento più niente.
Forse i sentimenti stanno abbandonando anche me. Stessa storia del sangue.
Mi resta nelle ossa un certo senso di stanchezza. E questo posto sembra sempre lo stesso gioco di specchi senza vie d'uscita.
Mi nutro quel poco che basta. E se non mi nutrissi sarebbe lo stesso.
Quello che vive qui non muore. Svanisce. Lentamente. Perde prima colore. Poi forma e senso. Poi non è più. Senza rumore, senza clamore. Semplicemente non è.
E credo che questo accada anche con gli esseri umani.
E accadrà anche a me.